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Cosa si può imparare dalle imprese familiari?
22/06/2016

Le imprese a conduzione familiare sono realtà presenti su tutto il territorio mondiale. Cosa le caratterizza?

Nell’immaginario collettivo sono di piccola o media dimensione con un raggio d’azione locale e con una seria di problemi collaterali, come ad esempio le lotte per la successione che hanno sempre visto perdite ingenti di somme di denaro o fallimenti causati da cattive scelte di management. È sì vero che molte di queste aziende rientrano nella descrizione sopra fatta, ma è anche vero che esistono realtà familiari con fatturati che superano il miliardo di dollari e che sono da considerarsi alla stregua delle società a conduzione non familiare. Uno studio riportato sull’HBR con soggetto questo tema ci è sembrato attuale e con interessanti spunti in una realtà, quella italiana, dove questo tipo di imprese è bene presente e radicata.
Sono state prese in considerazione 149 spa controllate da una singola famiglia, provenienti da tutto il mondo (Stati Uniti, Canada, Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Messico) e altrettante, simili per dimensioni, a conduzione non familiare e ne si sono confrontate le modalità di gestione per vedere come diversi approcci portino a differenti performance.
I risultati di questo studio hanno messo in luce come le imprese di famiglia si concentrino più sulla resilienza che sui risultati. Orientandosi quindi più sul lungo termine che al guadagno attuale, puntano su investimenti con ritorni anche in dieci o più anni, concentrandosi dunque su ciò che di buono può essere fatto per le generazioni future. Nonostante restino leggermente indietro rispetto ai concorrenti nei momenti di crescita, nei momenti di crisi sono le realtà che meglio la gestiscono. Perché?
Innanzitutto le società famigliari considerano il denaro dell’azienda e quello famigliare la stessa cosa e quindi sono più pattenti nella gestione dei beni ed evitano il superfluo. In secondo luogo sono molto attente nelle spese in conto capitale e nel maggiore dei casi non investono mai più di quello che guadagnano. Sono più restie all’indebitamento associandolo a fragilità e al rischio. Normalmente sono più cauti nelle acquisizioni e per quanto questo genere di manovra possa dare risultati molto buoni, preferiscono acquisire società più piccole e vicine al core dell’azienda e in generale preferiscono formule come la partnership o le join venture. Puntano invece molto sulla diversificazione in quanto in periodo di crisi di un settore possono contare sulla crescita dell’altro. É da considerare come le società a conduzione famigliare siano più votate all’internazionalizzazione e generino più vendite all’estero di quanto non facciano altre realtà. Infine tendono a fidelizzare il dipendente e a creare con esso un rapporto di fiducia di lunga durata, investono molto di più in formazione.

Da questi sette punti si evince come questo modo di ragionare abbassi i livelli d’indebitamento, riduca il rischio di licenziamento, aumenti la fidelizzazione del dipendente e come la diversificazione abbassi il rischio. 

Le direzioni di tutte le società a conduzione non famigliare dovrebbero prendere spunto da queste informazioni, seguendo una regola basilare, spesso lontana nelle società dove il management non corrisponde alla proprietà: considerare l’azienda come propria.

Giulia Ferrari

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